Appunti per iniziare – Cinque anni

Cinque anni fa. L’idea di raccontare la storia di Peppe Valarioti è di cinque anni fa, anche la prima intervista è di cinque anni  fa. Un  giorno di  fine estate del  2005  siamo  stati  a Vibo Valentia per incontrare Peppino Lavorato, mitico sindaco di Rosarno  ed  ex  parlamentare  antimafia.  Non  lo  conoscevamo  di persona. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la storia di Peppe Valarioti, ucciso dalla  ‘ndrangheta a Rosarno a trent’anni. Gli è morto tra le braccia Peppe. Ascoltando le sue parole ci siamo subito  resi  conto  di  quanto  fosse  doloroso  quel  ricordo,  e  di quanto tuttavia  lo sentisse necessario e urgente. Una conversazione decisiva: così  la nostra  idea è diventata  l’inizio di un percorso arrivato fino a oggi.

Peppe Valarioti meritava di essere raccontato. Perché tutte le vittime innocenti della ‘ndrangheta hanno diritto al ricordo e alla memoria. E anche perché Peppe Valarioti è un personaggio straordinario. Davvero. È un precario che vive la Calabria degli anni Settanta, la Calabria dove la ‘ndrangheta spadroneggia e il  lavoro  scarseggia,  le  rivolte  dei  braccianti  sono  un  ricordo sbiadito e  la rivoluzione dell’Italia degli anni Settanta  la puoi osservare solo da lontano. Dove il futuro è un alibi o un’ipotesi inconsistente.

Peppe è un professore, un intellettuale che come Pier Paolo Pasolini sa leggere la speranza negli sguardi dei bambini e dei  ragazzi del  suo paese anche quando  la  speranza non c’è, che sa guardare avanti di vent’anni, che sa dire cose scomode. È anche un uomo che ama il rapporto diretto con la sua terra, che questo  significhi  lavorare  i campi di  famiglia o difendere il suo paese dalla speculazione edilizia. Sta con  il movimento dei disoccupati, crede che l’arte e la cultura siano strumenti di emancipazione collettiva. Le promuove e  le pratica. Sente  la politica come un bisogno, come un mezzo per il cambiamento delle condizioni di vita delle persone. La sceglie quando questo significa puntare  sulle  risorse del  territorio mentre Giulio Andreotti promette cattedrali nel deserto prendendo il caffè con i boss. Entra nel Pci quando vuol dire schierarsi senza ambiguità contro la ‘ndrangheta e i comunisti sono nel mirino dei clan.

La storia di Peppe Valarioti è la storia di un’epoca, gli anni Settanta in Calabria, dal sapore unico. I protagonisti sono i disoccupati che si organizzano e chiedono un lavoro e quelli che fanno nascere il movimento antimafia, i politici onesti e quelli corrotti,  sono  gli  ‘ndranghetisti  che  fanno  le  guerre  e  quelli che  diventano  imprenditori,  politici  e massoni,  sono  i morti ammazzati che non hanno giustizia. Una storia, tante storie di trent’anni fa. Che contengono ogni ingrediente della Calabria, dell’Italia, di oggi.

Cinque anni  fa. Ragionavamo di noi, della nostra  identità di meridionali, di calabresi. Avvertivamo forte un senso di inadeguatezza. Che pensavamo dovesse essere collettivo e che sentivamo innanzitutto come personale, privato. Siamo senza memoria, ci siamo detti. Non avevamo altra scelta che quella di cominciare a scoprire, ricordare, e raccontare. Abbiamo girato in lungo e in largo la Calabria. Abbiamo incontrato  tanta  gente  che  se  ne  fotte. Gente  che  ha  perso per strada la parte migliore di sé, che ha paura, s’è abituata a confondere il diritto con il favore, che coltiva il brutto e si fa  imporre dove mettere  la  croce,  che  soffre e poi dimentica. Abbiamo  incontrato  incapaci e corrotti, «pavidi travestiti da  intellettuali e carnefici mascherati da censori», venduti e persino svenduti, schiavi, barbe finte e padrini. C’è un vasto campionario, che tutti conoscono.

Siamo andati avanti. Per fortuna. Incrociando molte altre persone eccezionali, nuove storie bellissime. A tutte abbiamo prestato attenzione, cura. È stato un viaggio difficile, pieno di curve e di strade interrotte. Eppure straordinario ed entusiasmante. Un  viaggio  incompleto,  che non dovrebbe avere mai fine come certe tournée dei folksinger americani. Siamo stati dentro la memoria dei calabresi. Con pazienza e rigore abbiamo provato a tenerne insieme i pezzi, a recuperarne sguardi e suoni, odori e colori. Testardamente abbiamo cercato e trovato la meglio gioventù della Calabria, di ieri e di oggi. Forse anche di domani. Abbiamo incontrato chi ha combattuto per i diritti, sociali e civili. Ascoltato dalle voci dei familiari, degli amici, dei compagni il racconto delle storie di chi è stato ammazzato dalla ‘ndrangheta e anche la vita entusiasmante e complicata di chi contro i boss ha avuto la meglio. Tante persone oneste, semplici, perbene. Delle quali ci sentiamo orgogliosi. Abbiamo parlato con i vincitori e i vinti. Tutti dalla stessa parte, però.
Con ostinata partigianeria ci siamo messi al servizio di questo mondo. Travolgente e fragile. Per raccontare, e raccontare. E contribuire alla costruzione di una nuova identità meridionale. Era nata  l’associazione antimafie daSud. Un’associazione che cerca di ripensare il modo conosciuto sinora di concepire mafia e antimafia, nord e sud, potere e critica al potere. Che pensa che fare antimafia significhi partecipazione, creatività, rivendicazione di diritti. Che sperimenta modi di essere e praticare Sud.

Dopo cinque anni di viaggio nella memoria di una Calabria che si ostina a dimenticare, arriva finalmente il libro dedicato a Peppe Valarioti.  Il caso vuole che mentre  lo scriviamo scoppi  la  rivolta di Rosarno. Ci  siamo  spesi con grande passione e impegno, spesso in amara solitudine, per riattraversare quelle strade. Ci siamo spesi al fianco dei lavoratori migranti sfruttati nella Piana che fu terra di grandi lotte e conquiste. Farlo è stato un po’ come fare rivivere Peppe Valarioti. Ci sarebbe stato anche lui, senza dubbio, in questa battaglia. È proprio vero: le idee non possono morire, basta voler raccogliere il testimone. “Il  caso  Valarioti”  gode  di  numerosi  privilegi.  Contributi preziosi, da leggere e conservare.

Chi nella vita ha deciso di fare il giornalista oggi ha pochi, pochissimi punti di  riferimento. Uno  si chiama Giorgio Bocca, averlo  in questo  libro è un onore. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come un grande inviato del nord ha conosciuto il sud. S’è accostato a questo progetto con curiosità, umiltà e rigore. Ennesima lezione di giornalismo.
Abbiamo chiesto un’analisi sullo stato del movimento antimafia a Enrico Fontana. Enrico è un giornalista, ha fatto politica ma è un rappresentante della società civile, è l’inventore della parola “ecomafia” e conosce come pochi le associazioni. Offre un punto di vista molto interessante, un ottimo strumento di lavoro.

Chi vorrà leggere questo libro, potrà leggere anche le parole di Giuseppe Smorto, giornalista di razza e condirettore di Repubblica.it. È un reggino, Giuseppe. Con lui abbiamo provato a capire come (secondo noi male) i media raccontano il sud. Ci ha risposto con franchezza, coraggio e lucidità. La conclusione alla quale siamo arrivati ― e che vi invitiamo a leggere ― fa un po’ paura.

La  prefazione  è  affidata  a  Filippo  Veltri,  caporedattore dell’Ansa Calabria, per varie ragioni: perché ha seguito da vicino come giornalista i fatti, perché è stato testimone privilegiato delle principali vicende calabresi degli ultimi trent’anni e perché non ha un’idea della memoria e dell’informazione come proprietà privata. È un giornalista bravo, Filippo. E generoso.

È impareggiabile il contributo offerto a questo libro da Carmela Ferro,  la compagna di Peppe Valarioti. Le parole scritte per questo libro sono dirompenti. Per verità, passione, amore. Dobbiamo moltissimo  a  Peppino  Lavorato,  per  questo  libro e per l’esempio. Di politico lungimirante, di amministratore coraggioso,  di  cittadino  onesto,  di  uomo  appassionato. A  lui, amico sincero, abbiamo chiesto  la postfazione e un ricordo di Peppe. Gli abbiamo fatto anche fare la promessa che scriverà la storia della sua vita. Che tutti devono conoscere. Il caso Valarioti chiude un ciclo. Di tutti noi, di ciascuno di noi. Se ne aprirà, speriamo, un altro. Intanto, buona lettura.

p.s.
In  un’antologia  di  Bucoliche  e Georgiche  Peppe Valarioti aveva  annotato  una  frase molto  significativa:  “La  vita  è  una guerra totale; pochi tentano di mettere la pace ma sono soffocati dalla mischia”. L’ha  scoperta Vanessa, una  sua pronipote che ama stare tra i libri dello zio Peppe. Ecco, l’idea è che nel nostro Mezzogiorno si trovi la forza di non restare soffocati.

(introduzione al libro “Il caso Valarioti”)

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