Il fotoreporter Luciano Ferrara

Il fotoreporter napoletano Luciano Ferrara è il quinto protagonista di “Creatività meridiane”, il ciclo di incontri di Danilo Chirico con intellettuali, artisti, politici, semplici cittadini meridionali che hanno piccole e grandi esperienze da raccontare alla ricerca di nuove idee, memorie disperse e buone pratiche. “Creatività meridiane” è un tentativo di fare un racconto autentico del Mezzogiorno, un modo di provare a scrivere parole inedite sul Sud, un contributo a un ragionamento – collettivo e individuale – sempre più urgente: ricostruire un’originale identità meridionale. In un Paese davvero unito.

 

luciano ferrara  in palestina copia«Terra di sperimentazione e sofferenza». È una definizione bella, suggestiva e convincente quella che Luciano Ferrara usa per descrivere il Sud del nostro Paese. Terra capace di grandi innovazioni, spesso costretta a pagare un prezzo alto, «come nel caso dell’Unità d’Italia che stiamo festeggiando proprio in questi mesi», precisa subito. «Il Mezzogiorno ha dato un grande contributo all’Unità – spiega – e anche al Nord. Non vorrei dimenticare che i “nordisti” oltre alle braccia meridionali si sono portati a casa le casse piene di denari. Se non lo diciamo, non capiamo in che Paese viviamo».
Luciano Ferrara è un fotoreporter napoletano di fama internazionale. Che sta da sempre tra la gente, dentro la società, dentro le trasformazioni sociali e culturali. Ha attraversato il movimento operaio e quello per la pace di Comiso, ha immortalato la guerra del Golfo e le bombe in Libano, ha scoperto il movimento dei disoccupati napoletani e raccolto il volto dei “femminielli”, ha raccontato come pochi Napoli e la Campania. Ha uno sguardo personale, originale sui fenomeni meridionali. Utile a cogliere l’essenza dei cambiamenti. «Innanzitutto bisogna dividere la parte politica dalla parte sociale», premette. E spiega: «In politica, a parte piccole cose in Puglia, non ci sono grosse novità in questo momento». Ben diverso il discorso nei movimenti sociali, «che sono vivi, fatti di giovani e che sanno fare proposte». Che si scontrano con un limite: «Non riescono a stare in rete tra loro e soprattutto a trovare un collegamento con il resto dell’Italia». Che non hanno memoria di ciò che è stato: «La mia generazione, quella degli anni Settanta – chiarisce – ha sperimentato molte cose di cui oggi purtroppo non è rimasta traccia». Colpa di chi dimentica, colpa anche «delle istituzioni che hanno completamente cancellato questo protagonismo». Luciano Ferrara denuncia cioè la distruzione «del laboratorio stradale». Napoli «è la città del teatro, della musica, di molte altre cose – sottolinea – e questo è accaduto perché in quello che io chiamo il laboratorio stradale, nei sotterranei, nel retroterra c’era una sperimentazione forte, c’era lo spazio per fare crescere le sensibilità». Le istituzioni hanno cancellato tutto, secondo Ferrara. «La colpa della politica, anche di quella di centrosinistra, è stata puntare tutto sui grandi eventi e non fare crescere quello che si muoveva dentro Napoli», sotto Napoli. La vera ricchezza culturale di una città straordinaria. L’avvento della destra alla Regione ha fatto il resto: «Hanno fatto un taglio drastico sulla cultura». C’è stato immediatamente un cambio al vertice al teatro Mercadante e «un museo importantissimo a livello mondiale come il Madre ha avuto una riduzione del budget a un milione e mezzo di euro. Pochissimo. Un vero e proprio attacco alla cultura dovuto soltanto alla necessità di liberarsi di 15 anni di potere di Bassolino. Senza alcun progetto». Lo dimostra anche il caso del teatro Trianon diretto da Nino d’Angelo, oggi incomprensibilmente chiuso.
C’è la possibilità di invertire la rotta. Una possibilità gigantesca che si chiama Forum internazionale delle culture, un grande evento che dopo Barcellona arriverà a Napoli nel 2013: «È una grande occasione – sottolinea Ferrara – arriveranno milioni e milioni di euro, venti milioni di visitatori. C’è la possibilità di cambiare il volto della città». Ma la domanda «che ci dobbiamo porre è: che cosa vogliamo mostrare? Qual è l’indirizzo culturale?». Una proposta Ferrara, insieme a un gruppo di fotografi, l’ha fatta: «Lavorare sulla memoria storica del nostro territorio con una grande mostra fotografica che racconti Napoli dal 1900 a oggi, per mostrare i cambiamenti della società, dell’economia e così creare un grande archivio storico». Una traccia significativa dei mutamenti sociali negli ultimi decenni sta già nell’archivio di Ferrara. Che nota differenze sostanziali tra ieri e oggi: «Ho sempre usato la fotografia in senso culturale e politico – dice – e oggi avverto prima di tutto è il disincanto, la disillusione, il disinteresse nei confronti della politica militante. La partecipazione attiva è azzerata – insiste il fotografo – e i pochi che si impegnano sono considerati un fastidio. Un’idea triste che s’è andata affermando in un processo che è iniziato da vent’anni e che ha certamente tra i responsabili la televisione e il mondo dell’informazione».
Non è un pessimista Luciano Ferrara: «Non tutto è perso – riprende il suo ragionamento – al Sud c’è un grande fermento e bisogna ripartire presto. Dalle piccole cose, dalle istanze delle minoranze, dai bisogni». Ovviamente facendo conti con i cambiamenti per «capire quali sono i nuovi bisogni e indagare il modo migliore per affrontarli ».
C’è poi un’altra grande questione: il racconto del Sud di oggi. «La grande stampa usa il suo format, racconta la sua storia – accusa – mentre chi indaga davvero sul territorio spesso ha soltanto internet». Conta certamente, in questa analisi, «l’indirizzo assunto dall’industria culturale e gli assetti proprietari, contano i mezzi a disposizione, ma forse conta anche che è cambiato l’approccio degli artisti, degli intellettuali che fino agli anni Ottanta hanno raccontato bene il Sud e che adesso invece segnano il passo». Fa un esempio: «A teatro dopo Mario Martone e il suo Tango glaciale del 1982 che cosa c’è stato?». Non vuole mancare di rispetto a nessuno, sottolinea Ferrara. Semplicemente gli preme dire che «oggi siamo un po’ fermi». Mancano le idee, gli intellettuali («che hanno il compito di promuovere cose nuove», precisa) sono silenti «ed è cambiato anche lo spirito: una volta pur di fare un lavoro ci si impegnava le auto. Adesso questa cosa non la farebbe più nessuno». C’è anche un ruolo negativo svolto dalla politica, che costringe «i migliori a partire» e spesso chi va via non mantiene «un filo politico e culturale con il territorio di provenienza». Il risultato è che oggi «si fa cultura davvero a Londra o a Berlino: è lì che si racconta non qui». Questa idea del racconto, questo spirito dell’innovazione, la sperimentazione nel «laboratorio stradale». Tutto questo manca. Una mano può darla il Forum della cultura del 2013, l’altra bisogna darsela da soli. Ferrara ha aperto il suo studio fotografico alla nuova generazione di fotografi napoletani. «Credo sia giusto mettere a disposizione la mia esperienza. Per far imparare il mestiere, certo. Ma anche per insegnare a campare con la fotografia. Che altrimenti fare belle foto non serve a niente». Commenta soddisfatto: «I frutti che stiamo raccogliendo sono davvero buoni». Concreta arte partenopea.

 

BOX MUSEO MADRE


«La verità di Napoli è destinata per ragioni addirittura antropologiche ad apparire come qualcosa di straordinario, nel bene e nel male. E la fotografia sembra in grado di registrare meglio e più di altri linguaggi creativi ciò che tutti i visitatori sanno per esperienza, e cioè che in questa città accade molto spesso il miracolo di incontrare una realtà che, se arriva alla verità, è sempre per eccesso». Si presenta con questo incipit la mostra “‘O vero”, una collettiva di venti fotografi napoletani allestita al museo Madre di Napoli (www.museomadre.it) a cui partecipa anche il fotoreporter Luciano Ferrara. Racconta: «È la prima volta che una mostra fotografica entra in questo museo – sottolinea – siamo molto felici di esserci. E di raccontare con le immagini le trasformazioni di Napoli». Un grande risultato: «Va detta una cosa però: la fotografia purtroppo è quella che svela i problemi. Ci hanno chiamati – insiste – solo quando non c’erano più soldi. È giusto esserci, sostenere il progetto e dare il proprio contributo. Ma la fotografia va rispettata di più».

1980-2010, fatti della storia d’Italia (che parlano all’oggi) / 4

Copertina - Le carte in regola

E’ il giorno dell’epifania quando viene ammazzato Piersanti Mattarella, il democristiano presidente della Regione Sicilia. Un omicidio grave, gravissimo. Che sconvolge la vita dell’isola e parla al Paese intero.

Piersanti Mattarella è un big, figlio di un big. «È figlio di Bernardo – ricorda Pierluigi Basile, autore del libro “Le carte in regola” (pubblicato dal centro studi Pio La Torre) – l’uomo di potere che ha costruito la Dc nell’isola».

«Essere un Mattarella lo svantaggiava – sostiene Basile – dentro il partito e all’esterno, dove il Pci lo guardava con pregiudizio». Fa una carriera fulminea Mattarella: nel 1967 viene eletto deputato regionale, nella seconda metà degli anni 70 «si rende protagonista di una nuova stagione di battaglie meridionaliste». Divenuto assessore al Bilancio, poi, «inizia un percorso di trasparenza amministrativa, quella che lui chiama “la politica delle carte in regola”. Prova cioè a rompere i lacci e i laccioli del potere politico peggiore e della mafia, a pulire i luoghi del clientelismo». Supera le diffidenze, avvia il dialogo con il Pci (del segretario regionale Achille Occhetto) e fa crescere una generazione di giovani tra cui emerge Leoluca Orlando. Il processo trova sbocco nel ‘78 quando diventa presidente della Regione a capo di un governo che ha anche il sostegno del Pci (che non entra in giunta): “la politica delle carte in regola” diventa quella ufficiale. Punta sulla programmazione e le risorse locali (scrive a Zaccagnini per motivare il suo “no” al Ponte), controlla le spese degli assessorati. Interviene anche nell’edilizia «opponendosi allo scempio del territorio che aveva portato al “sacco di Palermo”». Provvedimenti concreti che restringono gli ambiti di manovra delle cosche e dei ras della Dc. Nell’autunno ‘79 dispone un’inchiesta sugli appalti di sei scuole che a Palermo sono finiti in mano a sei ditte riconducibili al boss Rosario Spatola. Fatti su cui indaga anche il procuratore di Palermo Gaetano Costa, ucciso il 6 agosto.

La situazione è tesa, e Mattarella lo capisce. Ne parla anche al ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Si impone la strategia dei corleonesi di Totò Riina e Cosa nostra nel ‘79 uccide il giornalista Mario Francese, il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il magistrato Cesare Terranova. Il cerchio si chiude con Mattarella.

«Se ragionassimo di fantastoria dovremmo chiederci cosa sarebbe successo se Mattarella non fosse stato ucciso?», si chiede Basile. La storia non si fa con i sé. Ma la Dc, che con Zaccagnini (e Mattarella, destinato a fargli da vice) sembrava orientata a continuare il dialogo col Pci, scelse invece Bettino Craxi.

Chi ha ucciso Mattarella? Si conoscono i mandanti (la commissione di Cosa nostra, i cittadini e i corleonesi, che interrompono il nuovo corso della Regione) ma resta un mistero sugli esecutori materiali. La moglie di Mattarella, Irma Chiazzese, riconosce come killer il terrorista nero Giusva Fioravanti che finisce anche in un’inchiesta di Giovanni Falcone. Forse Cosa nostra e terroristi hanno l’interesse comune a indebolire lo Stato e pensano di poter condizionare gli eventi. Forse non ci riescono, ma certo la Sicilia di Mattarella era diversa da quella di Cuffaro o di Lombardo.

1980-2010, fatti della storia d’Italia (che parlano all’oggi)/2 – Intervista allo storico Bevilacqua

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Considera la casualità come un dato di partenza per partecipare a questo ragionamento sul 1980: «Diamola per scontata», avverte. È un gesto di prudenza assolutamente necessario per uno studioso. Poi però concede: «Bisogna fare una riflessione di metodo: il caso fa parte della storia e non bisogna stupirsi se esiste una coincidenza di eventi che si somigliano, creano coerenza, appaiono collegati». E allora con il professore Piero Bevilacqua, ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, inizia una rassegna sui tratti distintivi del 1980. A partire dallo scenario internazionale. «È indubbio che il 1980 segna una fase nuova – dice – e non solo perché come storici, simbolicamente, vediamo il punto di partenza di una nuova fase del capitalismo e di riorganizzazione dello Stato», ma anche perché «effettivamente si entra in un decennio che segna una svolta di molti elementi». Spiega infatti che soprattutto negli Usa e in Gran Bretagna «si manifesta una crisi fiscale dello Stato sociale, i ceti medio-alti considerano sbagliata la progressività del sistema fiscale e troppo caro il welfare. Accusano di parassitarismo le fasce deboli». Basti pensare che «il sussidio di disoccupazione in Gran Bretagna è talmente ricco da disincentivare la ricerca del lavoro» e che complessivamente «la popolazione invecchia e pesa molto sul sistema pensionistico». Un quadro – che si aggiunge al fatto che il modello dell’Urss di Breznev «è incapace di indicare prospettive nemmeno per se stesso» – che «favorisce la politica di Margaret Thatcher (iniziata nel ‘79)» e spalanca le porte a Ronald Reagan nel 1980.

Ecco quindi l’analisi dello storico di origine calabrese: «Gli anni 80 sono l’avvio di una fase storica nuova – spiega – in cui il capitalismo e l’elite borghese propongono un nuovo progetto di società». Ricorda Bevilacqua: «Quando Reagan si insedia – insiste – pronuncia la famosa frase “Lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema” che rappresenta una novità storica assoluta per l’Occidente». Su queste basi, unite a «un’economia bloccata», nasce una svolta, spiega Bevilacqua. «A questo punto qualcuno tira fuori dalla tasca una grande suggestione: la proposta neoliberista». Che significa «meno Stato e più libertà ai privati». Un messaggio di «promessa di arricchimento» che «si articola in liberalizzazioni e nella vendita di pezzi importanti dell’economia pubblica, un messaggio di libertà dalla burocrazia e dai vincoli». Un messaggio che fa presa su larga parte della società ed esercita la sua fascinazione anche «sui partiti della sinistra».

Naturalmente la situazione internazionale non può non esercitare la sua influenza anche sul nostro Paese: «In Italia c’è il blocco dei partiti – afferma Bevilacqua – con una Dc che è diventata partito-Stato e un Pci che è cresciuto ma non appare in grado di essere alternativa». La soluzione, sottolinea lo storico, «viene intravista in Craxi e in un piccolo partito che si presenta come portatore di un messaggio di modernizzazione neoliberista, di esaltazione del privato, dell’effimero, dell’arricchimento individuale». Lungo queste linee teoriche «nascono le famose esortazione di Craxi (“Italiani arricchitevi”) o realtà come “la Milano da bere”», rileva. Soprattutto lungo queste linee teoriche e politiche nasce il fenomeno Silvio Berlusconi. «Berlusconi si inserisce nell’alveo di questo mutamento epocale di cultura, psicologia, immaginario – osserva Bevilacqua – che inizia nel 1980 e si chiude con la crisi del 2008, come dimostra anche la “Breve storia del neoliberismo” scritta da David Harvey che, tra l’altro, dimostra che il Pil mondiale nell’ultimo trentennio sia cresciuto molto meno che nelle epoche precedenti». Su questo, il Bevilacqua-studioso precisa: «Voglio dire però che in nessuno degli scritti su Berlusconi, anche quelli molto seri, sono davvero evidenti i legami con il neoliberismo e la sfida che i ceti dominanti hanno lanciato alla sinistra e al movimento operaio». Aggiunge un’annotazione che andrebbe considerata nei commenti in voga in queste settimane sulla crisi di un’era politica: «Berlusconi finisce anche perché è finito il neoliberismo».

Poi il discorso torna agli eventi del 1980, ai tanti fatti importanti accaduti in quell’anno. «Diciamo che questa temperie storica – sottolinea Bevilacqua – unisce realmente gli episodi, li rende meno casuali, più figli dello stesso periodo». Poi aggiunge che visto che «dobbiamo calcolare la nostra soggettività e dobbiamo osservare anche che siamo portatori di idee di connessione» e visto che «conosciamo il sottofondo mondiale», possiamo «avere una lettura meno ingenua della casualità». Sono fatti importanti quelli del 1980, che – magari forzando un po’ le parole di Piero Bevilacqua – potrebbero avere (o trovare) una connessione. Quel che appare evidente è l’incidenza che hanno sulla realtà contemporanea, la capacità di proiettarsi nel 2010. Eppure, secondo lo storico, purtroppo parlano «pochissimo all’Italia di oggi. Perché viviamo in nell’epoca della dittatura del presente, in cui le notizie vengono consumate subito per vendere le nuove». Se questa classe dirigente avesse scelto di guardarsi indietro forse avrebbe capito qualcosa in più. «La storia aiuta sempre – sentenzia con un certo orgoglio Bevilacqua – e gli anni 80 fanno capire molte cose». È in quel periodo che «in Italia si arriva a un elevato grado di benessere ma con un crescente debito pubblico». In quel periodo cresce il mito individualistico «che ha impedito di fare due cose fondamentali: una legge urbanistica in grado di impedire il saccheggio del territorio e una legge per progettare i trasporti collettivi nelle città e tra le città e le periferie». Gli anni 80 mostrano insomma tutti «i limiti di una politica che esalta l’individualità privata e che fallisce». Non una battuta, ma un pezzo di un ragionamento più ampio, di un percorso di studio che l’ha portato a scrivere un libro (“Capitalismo distruttivo” in uscita per Laterza a gennaio) in cui «provo a fare il resoconto dell’ultimo trentennio». Il risultato è demoralizzante: «C’è meno crescita e più disuguaglianza», ci sono «il saccheggio del territorio, lo sfruttamento delle risorse del pianeta e il peggioramento della qualità della vita». E questa crisi strutturale, prevede, «è un disastro che durerà a lungo».

Ci sono altre due cose che alla fine della conversazione Piero Bevilacqua dice. La prima riguarda la partecipazione politica, e gli viene fuori sul filo del ricordo, della passione: «Nel 1980 siamo dopo l’omicidio di Aldo Moro: le Br entrano in crisi e tutta la responsabilità viene messa sulle spalle della sinistra, delle lotte per i diritti. Ricordo come fosse ieri – aggiunge – che pensare a una manifestazione di massa era considerato un atto politico osceno». La seconda si riferisce ai troppi misteri d’Italia, che nel 1980 hanno in Ustica e nella strage di Bologna due capitoli essenziali: «I misteri incidono sempre rapporto di sfiducia nelle classi dirigenti», tanto che «qualcuno ha teorizzato l’esistenza di un doppio Stato, uno reale e l’altro segreto». E in questo Paese «c’è un grande deficit di democrazia. Parte della classe dirigente è sempre stata infedele allo Stato e nei momenti di crisi ha cercato l’eversione. Vale per il fascismo, per i tentativi di colpo di Stato, per la strategia della tensione, per la P2». E chiude: «Anche Berlusconi è eversivo». Parola di storico.

Incontro con Davide Enia

È il drammaturgo e attore palermitano Davide Enia il terzo protagonista di “Creatività meridiane”, il ciclo di incontri di Danilo Chirico con intellettuali, artisti, politici, semplici cittadini meridionali che hanno piccole e grandi esperienze da raccontare alla ricerca di nuove idee, memorie disperse e buone pratiche. “Creatività meridiane” è un tentativo di fare un racconto autentico del Mezzogiorno, un modo di provare a scrivere parole inedite sul Sud, un contributo a un ragionamento – collettivo e individuale – sempre più urgente: ricostruire un’originale identità meridionale. In un Paese davvero unito.

 

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Se parla del mix di tradizioni presenti in Sicilia ti illustra la ricetta dell’arancina. Se gli chiedi un riferimento per far ripartire il cammino interrotto del Sud lui pensa al Palermo calcio. Non capisci subito dove voglia arrivare, ma alla fine il senso del suo ragionamento ti sembra l’unico possibile.
È piacevolmente spiazzante parlare con Davide Enia, 36enne attore e drammaturgo palermitano. Ti dice della cucina e del calcio – le sue passioni – e ti sta raccontando un mondo intero. Non solo. Quando parla dà fino in fondo l’idea di essere sincero: quando racconta di sé, del suo lavoro, della sua città. Forse è per questa sua irritualità che le sue opere, nate a Palermo e «pensate in palermitano», sono state capaci di parlare a mezzo mondo e tradotte in sette lingue. Enia ha grandi meriti artistici. Tra questi, sicuramente, quello di avere reso contemporaneo il linguaggio del racconto, del cuntu. È stato una delle modalità che ha scelto per praticare il sud (ci abita, ci lavora, ne subisce le influenze, lo racconta) confrontandosi con il mondo. Glielo fai notare, e lui si schermisce: «Parliamoci chiaro: quello era un teatro che si poteva fare con due soldi. E io ogni mese dovevo pagare l’affitto », rileva.
Un percorso originale, che merita di essere raccontato. Lui si presta in una pausa di lavoro. Sta scrivendo un romanzo. «Nessuno vive di teatro in Italia. Il teatro è morto e mi hanno fatto un’offerta interessante: ero disoccupato e l’ho accettata. Questo non sposta di una virgola la dignità di quello che faccio, la passione, l’importanza». Unica concessione sul romanzo insieme al fatto che uscirà nel 2011. Poi si torna a parlare di meridione. Per smontare pezzo dopo pezzo tutti i luoghi comuni. A partire dallo stesso concetto di sud: «È un’espressione geografica schiava della logica cartografica con cui guardiamo le cose», osserva deciso. E proprio partendo «da questo assunto sbagliato che abbiamo legittimato logiche discriminatorie e creato barriere inesistenti». Se poi il riferimento è al sud come «luogo letterario» va anche peggio: «Ha fatto danni incredibili: è frutto della vigliaccheria di chi si rifiuta di confrontarsi con gli altri», è «il sintomo dell’incapacità politica», ha creato le condizioni per «abbandonarsi al fatalismo». O magari ha fatto credere, come si usa dire banalizzando, che «in Sicilia si potrebbe vivere solo di turismo: una bugia incredibile». Basti pensare «all’assenza di infrastrutture» o alle eccellenze artistiche e del territorio «completamente abbandonate». E allora la conclusione non può che essere una: «Smitizzazione questo luogo» partendo dal fatto che «se vuoi capire il sud devi andare a vedere cos’è il nord». Non è un concetto scontato quello del confronto: «Troppo pochi siciliani» lo cercano. È sufficiente pensare «ai produttori di vini: quanti sono quelli che vanno all’estero? – sottolinea – È pavidità mascherata dalla convinzione sbagliata di essere i migliori». Probabilmente è per questa sintesi perversa di ragioni che vale il detto “cu niesce, riniesce”, «interpretazione dialettale del “nemo propheta in patria”».

Ce l’ha fatta invece Davide Enia. Scegliendo Palermo «perché è la mia città, perché avevo i miei affetti – racconta – perché è accogliente». Perché racconta un mondo che sta dentro le cose che Enia scrive e porta in scena. E poi c’è il dialetto («il mio primo linguaggio»), che tiene insieme «ritmi, gesti, silenzi, smorfie, mezze parole», che è «l’urgenza che perde il barocco», che ha «la grande fortuna di fare ridere».
Eppure questa Palermo così «struggente e lancinante», oggi «non è più un posto bello in cui vivere». Pertanto confessa: «Sto ripensando molto al mio stare qui – spiega – non ho vocazioni alla perdita di tempo. Non si cambia il mondo, bisogna fare bene il proprio lavoro». Non è tristezza, è che non ne può più. A fare le cose difficili in fondo c’era già abituato Davide. «C’è uno svantaggio innanzitutto economico per chi fa l’attore a Palermo», sostiene, e poi c’è il deficit di stare lontano da Roma e dai luoghi “politici” del teatro. Tuttavia fino a poco tempo fa, Enia non aveva dubbi: a Palermo stava accadendo qualcosa e lui ne era protagonista. Rivendica infatti con grande orgoglio che, «senza nessun aiuto istituzionale qui sono nate due realtà che si sono imposte in campo internazionale. Non era mai successo». Il riferimento, oltre che a se stesso, è a Emma Dante, straordinaria autrice e regista. «Avevamo talento e abbiamo deciso di puntarci tutto», dice. Un gesto di coraggio senza paracadute («non avevamo una lira») e «l’ostinazione e la presunzione di considerare il tuo lavoro valido ed esportabile». È questo uno dei frutti più autentici di una generazione particolare, quella di chi ha attraversato gli anni 80, «in cui c’era un’ammazzatina al giorno», e quella che ha sentito con le proprie orecchie le bombe degli anni 90. «In una totale assenza di senso – dice – abbiamo costruito un forte contenuto di senso». Non si è trattato di casi isolati: dagli attori cinematografici, ai musicisti palermitani che per tre anni consecutivi hanno vinto Arezzo Wave. «C’è stata una grande esplosione dei talenti, l’ultimo colpo di coda: non so quando ricapiterà». Nel frattempo questa situazione favorevole, e forse irripetibile, di creatività, fermento e passione ha subito una devastante battuta d’arresto. Che secondo Davide Enia ha un nome e un cognome: Diego Cammarata, sindaco da quasi dieci anni della città di Palermo, uomo di Silvio Berlusconi. L’attacco di Enia è pesante e lucido. «Dall’arrivo della giunta Cammarata, otto anni fa, c’è stata l’ostentazione dell’incapacità, dell’ignoranza, del menefreghismo». Chi amministra non ha «nessuna idea di futuro, ignora la realtà, crea un’immagine di un luogo inesistente come salvagente per la propria mediocrità».
Anche il poco di positivo rimasto «è stato letteralmente sbranato a carne cruda, abbassando in maniera preoccupante l’asticella della decenza». Il risultato è che «oggi il palermitano si “accolla” tutto». Non fa sconti, Enia. Affonda i colpi: «La città è una fogna e nessuno ha l’onestà di ammettere come stanno le cose o di assumersi le responsabilità». E invece le responsabilità sono chiare: «Chi ha guidato la città in questi anni? Chi ha sbagliato tutte le scelte sul traffico e i rifiuti?». Cammarata è il responsabile primo, ma l’attore palermitano non dimentica che «questa amministrazione è stata votata da più della metà dei miei concittadini» e che «non mi pare di vedere nessuna indignazione o sacrosanta rabbia rispetto allo stupro continuato della nostra città. Qui c’è rassegnazione tacita». E nessuna indulgenza. Insomma, «stiamo andando a rotoli».

Tuttavia ci sono passioni e stimoli da cui ripartire. Ne è convinto Davide Enia: «Il Palermo gioca il più bel calcio d’Italia, restituisce un’idea di bellezza e tiene vivo un fortissimo orgoglio anche da parte di chi se n’è andato». E poi c’è l’eccellenza della gastronomia «che dovrebbe essere più consapevole. Non riesco a credere che non esiste nulla a tutela di cibo, vini, tradizione, cibo di strada». Non si capacita del fatto che «la politica sia così miope rispetto a tutto questo». La Sicilia «è un piccolo continente, raccoglie tremila anni di tradizioni». Si ferma un attimo. Poi riprende, con una grazia sorprendente: «Un cibo popolare può racchiudere storie e tradizioni di migliaia di anni. L’arancina tiene dentro di sé il riso dell’Asia, lo zafferano dell’Afghanistan, il pomodoro dell’America, il ragù della Francia, la panatura del Maghreb». C’è un mondo dentro l’arancina, che la Sicilia però può perdere. Se non recupera il senso di essere isola, il rapporto con il mare, la consapevolezza di stare al centro del Mediterraneo, l’apertura agli stranieri. Ecco la Sicilia secondo Enia. Allora da dove ripartire? Lui ci pensa un attimo: «Da Ciccio il Sultano, al Duomo di Ragusa Ibla, e da Pino Cuttaia a “La Madia” di Licata», risponde sicuro. Spiega: «Mangiando in questi due ristoranti si può conoscere davvero l’eccellenza e l’enorme potenzialità del nostro territorio, imparando da chi in silenzio compie una grande opera culturale». Per dopo pranzo, «un bicchiere di Vecchio Samperi, di Marco di Bartoli, cioè il marsala come dovrebbe essere». Ovvero i sensi come fondamento dell’identità meridionale.
Pubblicato su Terra il 12 dicembre 2010

Incontro con Dario De Luca

L’attore e autore teatrale calabrese Dario De Luca, fondatore con Saverio La Ruina della prestigiosa compagnia Scena verticale, è il secondo protagonista di “Creatività meridiane”, il ciclo di incontri con intellettuali, artisti, politici, semplici cittadini meridionali che hanno piccole e grandi esperienze da raccontare alla ricerca di nuove idee, memorie disperse e buone pratiche. “Creatività meridiane” è un tentativo di fare un racconto autentico del Mezzogiorno, un modo di provare a scrivere parole inedite sul Sud, un contributo a un ragionamento – collettivo e individuale – sempre più urgente: ricostruire un’originale identità meridionale. In un Paese davvero unito.
dario de luca

Ci sono alcune cose che già pensarle diventa un’impresa. Cose su cui nessuno scommetterebbe un centesimo. Una di queste cose è quella di decidere di fare teatro in Calabria. Nuovo teatro e ricerca, di organizzare un festival. E invece a volte può accadere: che fai nascere una compagnia e che diventi subito riconoscibile, che la tua poetica sia in grado di raccontare un territorio oscuro e inedito come la Calabria, che un dialetto sconosciuto e complicato diventi lingua teatrale, che organizzi una rassegna che diventa ambita e apprezzata. È accaduto in Calabria, a due attori e autori. Si chiamano Dario De Luca e Saverio La Ruina e 18 anni fa hanno fondato Scena verticale (alla compagnia, come organizzatore, qualche anno dopo s’è aggiunto Settimio Pisano). Una storia che va raccontata. Per “Creatività meridiane”, il viaggio del Domenicale di Terra attraverso idee, pratiche e memorie per costruire una nuova identità meridionale, lo fa Dario De Luca. Che parte dall’inizio: Scena verticale «nasce per un’urgenza come tutte le cose che facciamo – spiega Dario – nasce dall’esigenza che avevamo di fare teatro in Calabria. Il nostro percorso creativo e la nostra poetica nascono da un’utopia lavorare nella periferia dell’impero, investire sui nostri luoghi invece che a Roma, nella Romagna felix o a Milano». Dario e Saverio si conosco lavorando a un progetto teatrale che chiude dopo un solo anno. Si conosco e si riconoscono, capiscono che è l’ora di mettersi in gioco nonostante il momento sfavorevole. Racconta: «Tutti ci dicevano che non era il caso», ricorda. In Calabria le strutture erano chiuse o annaspavano, a Roma «era stato appena soppresso il ministero». Non si scoraggiano Dario e Saverio, sentono «l’urgenza» (un termine che ricorre spesso durante la conversazione) di fare, presuntuosamente pensano che «in un territorio vergine come la Calabria si poteva creare una comunità teatrale». E si buttano nella mischia. Per prima cosa si mettono a fare «tanto teatro ragazzi perché è una palestra formidabile visto che a quel tempo c’era molto poco spazio per esibirsi, c’erano pochi teatri, pochi organizzatori, poche stagioni». Ma c’è anche un’altra ragione: «Pensavamo di creare il pubblico del futuro».

Il ragionamento, apparentemente strano, ha un suo fondamento: «Quando usciamo dal cinema, dopo aver visto un film, tutti ci sentiamo giustamente in diritto di commentarlo, di dire la nostra. Ne abbiamo l’abitudine, l’abbiamo acquisita da piccoli». Bene, secondo Dario, bisogna fare lo stesso con il teatro: «Bisognerebbe creare il teatro dell’obbligo, creare la curiosità e l’abitudine, evitare che ci si trovi a dire che il teatro è noioso, che non si capisce, non si conosce. Se vedi uno spettacolo da ragazzo ti sembra più normale andare a teatro da grande».
Va avanti così per alcuni anni. Fino al 1996, quando c’è un nuovo inizio per Scena verticale: Dario e Saverio iniziano «a ragionare su un percorso e un progetto autonomo». È l’anno del primo spettacolo “scritto, diretto e interpretato” da De Luca e La Ruina. Si intitola “La stanza della memoria” contiene dentro di sé i germi della poetica, dei temi, dei linguaggi di Scena verticale. È l’inizio «del nostro percorso artistico vero e proprio: comincia il racconto della Calabria delle mille contraddizioni che viviamo giornalmente, di una terra straordinaria che ti dà e ti toglie». Lo spettacolo, «affettivo e ironico», racconta di un mondo contadino che è andato perduto e che è stato sostituito dal nulla. E poi in questo spettacolo c’è per la prima volta la trasformazione del «nostro dialetto in lingua teatrale». È la svolta. Che si consolida con la presenza dello spettacolo De-Viados a Teatri 90 e che esplode con il progetto ambizioso della trilogia calabro-scespiriana «che racconta di vuoti esistenziali, della incompiutezza di noi calabresi, della tristezza che abbiamo negli occhi, della nostra incapacità di prenderci cura del bene comune». Vanno in scena “Hardore di Otello”, “Amleto ovvero Cara mammina” e “Kitsch Hamlet”, spettacoli apprezzati dal pubblico e dai critici. Dopo aver visto un loro spettacolo al festival di Sant’Arcangelo di Romagna, Goffredo Fofi «attesta l’importanza della nostra compagnia come esperienza di un teatro che viene pensato come pensiero meridiano», ricorda con orgoglio Dario.
Poi la compagnia porta in scena due straordinari spettacoli di Saverio La Ruina: “Dissonorata” e “La Borto”. «Raccontano di una comunità femminile umiliata e offesa, raccontano cose del nostro villaggio che diventano grido di dolore universale delle donne». Per “Dissonorata” La Ruina si aggiudica due premi Ubu (il più importante premio del teatro italiano) nelle categorie “Migliore attore” e “Nuovo testo italiano”. Per “La Borto” oggi è nella terzina finalista insieme a due mostri sacri come Alessandro Gassman e Fabrizio Gifuni.
A Scena verticale va anche dato il merito di aver portato in scena la ‘ndrangheta. È uno spettacolo scritto e diretto da Dario questa volta: si intitola “U Tingiutu. Un Aiace di Calabria”. «Sentivo l’esigenza – spiega – di avviare una riflessione su questo tema, di cominciare a parlare di ‘ndrangheta sul palcoscenico di un teatro. È una ferita ancora aperta – chiarisce – non è facile entrare in questa cosa, scegliere il modo. Il lutto non è stato ancora elaborato, si ripete, si reitera. Non abbiamo la distanza giusta per parlarne con lucidità, forse per questo mi sono fatto aiutare dal mito greco» che infatti attraversa tutto il bellissimo spettacolo.
È un percorso pieno di curve eppure molto coerente quello della compagnia calabrese, il percorso di chi ha deciso di restare in Calabria e tuttavia non s’è mai chiuso nelle proprie certezze: «Ci siamo sempre posti il problema del confronto con le realtà nazionali», dice Dario. Anche per questo forse sono riusciti a vincere la loro scommessa. La prima. Eppure quando chiedi a Dario De Luca quando è il momento in cui hanno pensato di avercela fatta, lui risponde secco: «Ancora non l’abbiamo detto». Poi aggiunge: «Certo oggi ci sentiamo di far parte di più della comunità teatrale italiana, ma è tutto davvero fluttuante». In questo senso forse influisce non avere un proprio teatro. «Avere una casa – spiega – significa avere una riconoscibilità diversa. Ne è un esempio il Teatro Piccolo di Milano che riesce a essere se stesso anche dopo aver perso Paolo Giani e Giorgio Streheler. Avere un teatro significa far sì che rimanga qualcosa».

Forse è anche per questo che Scena verticale non produce solo spettacoli, ma ha deciso nel 1999 di dare vita a un festival. A Castrovillari, provincia di Cosenza, anche questo provincia dell’impero teatrale. «Partecipammo al bando dell’Eti, l’Ente teatrale italiano – ricorda De Luca – proponendo l’ipotesi di un festival del nuovo teatro al sud con l’intento ambizioso di farlo diventare un polo del teatro contemporaneo italiano». È un bando importante. Alla fine vince Scena verticale insieme a due mostri sacri come Gabriele Vacis e Leo De Bernardinis. Un’occasione imperdibile. Primavera dei teatri diventa subito un appuntamento importante. «Siamo diventati una realtà riconosciuta e riconoscibile e dopo 11 edizioni possiamo dire di avere assicurato la continuità: non era per nulla scontato in Calabria», dove gli enti locali sono impegnati a sostenere decine di generiche e spesso inutili sagre paesane. «Ma la cosa di cui siamo molto orgogliosi – sottolinea Dario – è di essere stati una sorta di avamposto: siamo arrivati prima di molti altri con molti spettacoli, molti attori, molte compagnie, abbiamo ospitato cose che solo dopo sono diventate importanti. È successo con Emma Dante, con Ascanio Celestini, persino con alcuni spettacoli di Fabrizio Gifuni».
Un’altra scommessa vinta in questo Sud pieno di contraddizioni. «A volte penso che siamo ancora al Regno delle Due Sicilie, nonostante la tanto sbandierata unità d’Italia, nonostante i 150 che stiamo per festeggiare – polemizza – È una situazione complessa: troppo spesso ci sentiamo sudditi non veri cittadini dell’Italia». Una considerazione amara. Che vale per tutto il Sud anche se di Sud ne esistono molti: «Siamo diversi e abbiamo problematiche differenti», ma c’è una cosa che «ci lega: la sofferenza», non ha dubbi Dario. «È per questo che ci riconosciamo sempre e comunque. È atavica, l’abbiamo nei segni del viso, nel nostro agire ostinato», dice. Anche per la sofferenza ci sono reazioni differenti: «A volte diventa piagnisteo, richiesta d’aiuto servile». E invece no. Invece «esiste anche un Sud che prova a raccontarsi e che con dignità e orgoglio prova a essere protagonista del proprio agire». Un nuovo inizio per il nostro Paese con alcuni punti di riferimento: innanzitutto «le lezioni sulla Costituzione di Calamandrei». Poi i discorsi di Fausto Gullo, storico comunista calabrese della Costituente, «un politico lucido che aveva una grandissima forza e pulizia intellettuale». E propone anche di andarsi a rileggere il libro “Sull’identità meridionale” di Mario Alcaro, filosofo e docente dell’università della Calabria. Letture che devono servire a rimettere in campo «le passioni dei giovani. È per questo – insiste Dario – che non ho mai smesso di fare laboratori nelle scuole». Con che risultati è presto per dirlo. Di certo, sottolinea «se ci stai in una terra devi provare a impegnarti per renderla migliore. Altrimenti – dice – in posti come la Calabria non è neanche il caso di rimanere ed è meglio andare via». E invece «io penso che bisogna che al sud ci riprendiamo in mano nel nostre vite». Ognuno per la sua parte.

Pubblicato sul quotidiano “Terra” 5 dicembre 2010