Ater, membro cda attacca: “Vendite illecite”

ater-lungotevere-tor-di-nona_fullLo scandalo potrebbe scoppiare a proposito delle 1756 case vendute tra il 2004 e il 2006: semplificazioni e accelerazioni previste dalla Regione avrebbero favorito centinaia di persone che “senza diritti” acquistando case popolari “a prezzi irrisori”. L’accusa pesantissima è del consigliere Folgori: “Ho chiesto le liste delle compravendite, ma mi vengono negate. Forse è un elenco che scotta”. Nel mirino il presidente Prestagiovanni e il dg facente funzioni Bellia, che replicano: “Abbiamo rispettato la legge”

Fuoco amico – e accuse pesantissime – sull’Ater di Roma. Secondo un consigliere d’amministrazione centinaia di case popolari sarebbero state vendute “senza” che gli acquirenti ne avessero “diritto e a prezzi irrisori” attraverso la delibera regionale 571. Un caso che potrebbe riguardare 1756 case, vendute tra il settembre del 2004 e il giugno del 2006, grazie alla complicità di un notaio (poi radiato dall’albo) e con la collaborazione di un dipendente Ater. Un caso su cui è a lavoro una commissione d’indagine interna.

A sollevare il polverone è il consigliere d’amministrazione (area centrodestra) della stessa Ater Enrico Folgori. Che spara a zero contro il presidente dell’ente Bruno Prestagiovanni (anche lui di area centrodestra) e il direttore generale facente funzioni Massimo Bellia. Che si difendono: “Non potevamo che applicare la delibera 571”, perché era operativa. E se ci sono stati degli illeciti “sarà la commissione di indagine che noi abbiamo voluto a chiarirlo: i risultati dovremmo averli entro ottobre”.

L’ATTACCO DI FOLGORI – Quale che siano i fatti – e quali che siano le ragioni che hanno spinto Folgori a sollevare il caso – pesa in una città come Roma (con l’emergenza abitativa ai massimi livelli) che non ci sia la massima trasparenza sulla vicenda che riguarda 1756 abitazioni e su eventuali privilegi che sono stati applicati. Attacca il membro del cda: “L’Ater Roma sta vivendo una crisi oramai cronica, causata da passate gestioni molto allegre, caratterizzate da pressappochismo e mancanza totale di managerialità”. L’accusa è di avere “sempre pensato alle Ater come aziende da politicizzare per il proprio tornaconto personale”. Dice Folgori: “Ad oggi le imposte vengono determinate senza neanche avere lo straccio di un bilancio approvato, peraltro bocciato dal collegio dei revisori nella fase preliminare; vengono bandite gare senza la relativa copertura, si utilizzano fondi di decine di milioni di euro destinati per stanziamenti di ordinaria amministrazione per coprire i buchi lasciati da cattive gestioni”. “A tutto ciò è ora di dire basta – aggiunge – proporrò nelle prossime ore un crono-programma dettagliato all’attenzione dei colleghi del Cda” per il rilancio strategico economico dell’Ater.

“TROPPO ALTI I COSTI DELLA PRESIDENZA” – Folgori suggerisce di valorizzare il patrimonio con la spending rewiew visto che il patrimonio vale “almeno 20 miliardi di euro”, ma chiede che questa fase di rilancio escluda “coloro che hanno contribuito allo sfascio attuale”. E affonda i colpi contro Prestagiovanni: “Credo che sia fondamentale partire da una spending review interna che non può non tenere conto dell’enorme costo annuale della presidenza: alla segreteria personale, con 3 dipendenti interni e altri 4 esterni che costano solo loro all’Ater Roma circa 220.000 euro annue, in più dobbiamo contare il portavoce personale da 3.600 euro mese, l’auto blu con autista oltre ad una voce di bilancio personale per spese di rappresentanza. Chiedo al presidente Prestagiovanni di tagliare immediatamente queste spese che costano all’Ater Roma circa 400.000 euro all’anno senza contare il suo stipendio che mi risulta essere molto elevato”. Su questo Prestagiovanni, reduce da un piccolo intervento chirurgico, spiega a Paese Sera: “I costi non sono quelli indicati da Folgori, per esempio sul portavoce. Forse qualcuno nel cda voleva l’assunzione di due addetti stampa – aggiunge – comunque quando sono arrivato come commissario ho portato con me alcune persone per fare meglio il mio lavoro”. “Sui costi della presidenza – chiarisce – farò presto delle osservazioni”.

IL CASO DELLA 571 – Poi Folgori cambia obiettivo e prende di mira il direttore generale facente funzioni, Massimo Bellia, spiegando di avergli chiesto da circa 3 mesi “di avere la lista delle compravendite effettuate dall’Ater Roma che hanno beneficiato della delibera regionale 571, ovvero la stessa utilizzata da un dipendente dell’azienda per l’acquisto di un immobile di proprietà dell’Ater Roma ad un prezzo irrisorio”. Un caso che ha provocato la nascita di una “commissione di indagine interna” e che secondo il consigliere avrà anche delle conseguenze giudiziarie. In pratica, secondo il membro del cda, la legge 571 non doveva essere applicata per centinaia di casi visto che si tratta di una delibera “vergognosa” che persino “Il Consiglio del Notariato ha giudicato non applicabile” diffidando “tutti i notai” dall’applicarla. Un solo notaio ha ignorando la diffida (oggi è stato radiato “ma non so se per questa ragione”, precisa Bellia) “coadiuvato da un assistente – insiste Folgori – che sembra sia parente stretta di un personaggio dell’ufficio vendite dell’Ater, avvantaggiando cosi centinaia di persone che hanno in questo modo compiuto un illecito”.

“LA LISTA CHE SCOTTA” – Attacca ancora Folgori: “Ebbene ad oggi di quella lista non c’è nessuna traccia: la direzione generale – accusa – mi dice che il dirigente preposto a tale compito si rifiuta di consegnarla. Chi si vuole coprire? Chi sono i ‘fortunati’ beneficiari di tale vantaggio, quello di aver acquistato un immobile delle case popolari senza averne diritto e a prezzi irrisori? Evidentemente è una lista che ‘scotta’ a tal punto che mi hanno segnalato la presenza di un dirigente così zelante – sottolinea – da penetrare negli uffici dell’azienda addirittura il 15 agosto scorso per trafugare chissà quali misteri. Ho chiesto alla direzione di recuperare le registrazioni del sistema di video sorveglianza per identificare il dirigente zelante e assicurarlo alla giustizia”. Una storia, quella del 15 agosto, “che mi fa sorridere” spiega il presidente Prestagiovanni. Una storia “che non è vera”, aggiunge il direttore generale Bellia “visto che il nostro sistema di allarme e l’istituto di vigilanza, dopo verifica, ci hanno detto che nessuno era dentro gli uffici quel giorno”.

LA REPLICA – “La delibera 571 andava applicata perché fino a quel momento non era stata osservata. Si sarebbe potuto fare un ricorso al Tar che non spettava a noi. Scaduti i termini, non ci restava che applicarla”. E’ categorico su questo il presidente Prestagiovanni: “In ogni caso è a lavoro una commissione d’indagine che accerterà eventuali responsabilità”. Quanto agli atti di gestione, spettano al direttore generale al quale il presidente dice di avere chiesto lumi. Bellia: “La delibera doveva essere applicata – sottolinea – forse conteneva degli aspetti di non liceità, ma non è stata impugnata. Per cui, come ci ha detto anche l’avvocatura a cui avevamo chiesto il parere, non potevamo fare altro che applicarla”. E spiega: “La 571 serviva ad avviare un processo di accelerazione delle procedure di vendita – sottolinea – anche se non si trattava degli assegnatari, per situazioni particolari. Era un modo per fare fare cassa alle Ater che erano in difficoltà economiche”. Una procedura, ferme restando le due normative 560 e 42, che “anche in noi aveva suscitato delle perplessità e che pure siamo stati costretti ad applicare”. Insomma, secondo presidente e dg, se sull’applicazione obbligatoria ci sono state delle irregolarità (“se per tutti la delibera è stata applicata nello stesso modo”, precisa Bellia) sarà la commissione d’indagine interna (composta da tre dirigenti interni e due avvocati esterni) a stabilirlo “entro la fine di ottobre”. Due i casi da cui si è partiti: un dipendente che ha acquistato con la 571 e una che ha acquistato un appartamento che era stato occupato dalle figlie.

“LA LISTA CHE NON ESISTE” – La nota di Folgori di oggi non arriva certo come un fulmine a ciel sereno. Il dg se l’aspettava. Eppure “il 30 agosto ho risposto al consigliere – chiarisce – dicendo non che i dirigenti si rifiutano di fornire la lista, ma che la classificazione dei locali venduti viene fatta non in base alla delibera quanto piuttosto secondo la legge 560 o 42. E’ organizzato così il sistema informativo. Quindi bisogna aprire tutte le pratiche e verificare su tutto il venduto quando è stata applicata la delibera”. Per questa ragione, sostiene Bellia, “la lista non esiste”, le verifiche della commissione “sono fatte a campione” e “noi stiamo lavorando per l’elaborazione complessiva dei dati”. Insomma, “nessuno vuole tenere nascosto niente”. Adesso le polemiche. E la necessità di rilanciare l’Ater. Poi i risultati dell’indagine e l’eventuale intervento della magistratura.

Ricominciare da Paestum

A 36 anni dalla storica assemblea femminista di Paestum le donne tornano in Campania (dal 5 al 7 ottobre) per discutere di crisi e genere. Ci sarà anche un gruppo di 30enni romane: questo è uno stralcio del loro documento. Desideriamo confrontarci a Paestum, ma lo facciamo con le nostre parole e le nostre urgenze. Partiamo da noi, trentenni di questi anni, dalla precarietà lavorativa ed esistenziale, dalle nostre condizioni materiali di esistenza. Dalla nostra soggettività politica investita dalla crisi, dalla sua carica ideologica, dai suoi effetti patologici che performano la materialità delle nostre vite, le nostre percezioni, i sentimenti, il modo di guardare al futuro. Alla negatività della crisi ci sottraiamo mettendo al centro il “desiderio di politica” e la pratica politica delle donne come politica diffusa nei tempi e negli spazi del quotidiano. Partire dalle donne, dalla loro vita, dalle loro esperienze ed elaborazioni, può costituire un terreno comune per ripensare all’alternativa. Tuttavia siamo consapevoli che la sua costruzione passa anche attraverso un conflitto tra femministe di diverse generazioni. Un conflitto che vogliamo nominare e aprire perché di frequente lo viviamo. Se la rappresentanza è in crisi, ne va colta l’opportunità spostandosi dal piano della politica istituzionale, come luogo dove si prendono decisioni, al piano della politica diffusa e agita dal basso. Partiamo allora dal lavoro prima di tutto. Dalla sua ridefinizione. Il lavoro che per tante delle generazioni trascorse è stato luogo di autorealizzazione, ricerca e autodefinizione, per noi ha significato mancanza, sfruttamento, annullamento della distinzione fra tempi di vita e di lavoro.Liberare il lavoro di tutte e tutti deve assumere oggi uno spostamento che toglie il lavoro dal centro – in un atto che non è di perdita ma di potenziamento. È una liberazione che passa dal superamento del modello di stato sociale disegnato addosso al maschio, bianco, operaio, lavoratore a tempo pieno, cittadino di diritto dello stato sociale che le donne non hanno mai pienamente abitato e che ora è entrato in crisi. Il reddito di esistenza è una delle nostre battaglie. Siamo consapevoli che la libertà non si esaurisce nell’acquisizione dei diritti, cosi come non ci sfuggono le molteplici forme in cui agisce e si rinnova il patriarcato. L’aumento dei casi di femicidio stride solo apparentemente con la libertà conquistata dalle donne. Vogliamo dunque ripensare le relazioni tra donne e tra donne e uomini, in un’ottica nuova, alla luce di tutti i mutamenti che complicano il desiderio maschile e femminile.

 

Elezioni, quote di genere e di generazione

Siamo nel Paese che discute della candidatura a premier del 76enne Silvio Berlusconi e del possibile governo bis di un signore, Mario Monti, che a marzo compirà 70 anni, in cui per i giornali è una notizia (sic!) la decisione di non ricandidarsi dell’ultraottantenne presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Siamo nel Paese in cui Giorgio La Malfa è deputato dal 1972 e in cui la trasmissione tv più nuova la conduce Pippo Baudo (classe 1936). Siamo nel Paese in cui un dibattito viene percepito come credibile solo se lo lanciano personaggi come Eugenio Scalfari (classe 1924) e il festival della politica come serio solo se parla Emanuele Macaluso (89 anni). Siamo nel Paese in cui Assunta Almirante (87 anni) è sui giornali tutte le settimane e Giorgio Albertazzi, a un passo dal compiere 90 anni, partecipa (vincendoli) ai bandi pubblici per la gestione di festival teatrali.

Storie di personaggi che (quasi tutti) hanno dato molto. E che adesso, se davvero hanno a cuore il destino dell’Italia, devono mettersi a disposizione del cambiamento. Davvero, e cioè mettendosi da parte. Un fatto che presupporrebbe lungimiranza e intelligenza di una classe dirigente che, complessivamente, è delegittimata dai fatti. Un fatto che presupporrebbe nello stesso tempo grinta e capacità di protagonismo da parte dei più giovani.

Dopo la crisi deprimente che ha travolto la giunta e il consiglio regionale del Lazio, dopo l’assalto rozzo di Beppe Grillo e furbissimo di Matteo Renzi, è partita una discussione – ancora parziale, soprattutto ipocrita – sulla necessità di cambiare il Paese rinnovando la classe dirigente. Le contestuali elezioni per il Campidoglio, per la Regione e per il Parlamento offrono una straordinaria occasione. Che, come cittadini, non possiamo sprecare.

Per questo i giovani romani e laziali devono ritrovare la speranza, lanciare la sfida e imporsi sulla scena pubblica. Contemporaneamente, però, i partiti si impegnino a fare la propria parte. Praticando la discontinuità, non enunciandola. Intervenendo in maniera decisa sulla questione di genere e su quella generazionale.

Ecco allora due proposte, semplici semplici, rivolte ai partiti (anche per le Politiche), ai candidati a sindaco – in primo luogo Gianni Alemanno e Nicola Zingaretti – e agli aspiranti governatori (che speriamo davvero siano scelti con le primarie). Due impegni che potrebbero essere assunti già in campagna elettorale. Nella compilazione delle liste si tenga conto di una quota di genere (per il 50%) e di una quota di generazione (ci sia una metà di candidati under 40). Gli stessi criteri siano adottati per la scelta degli assessori. Non si tratta naturalmente di avere una particolare passione per le quote (anzi!), né di cedere al banale ed estetico giovanilismo, quanto piuttosto di raccogliere il meglio delle sfide che vengono dalla società, dalle persone in carne e ossa (magari non quelle cresciute con il mito di Corneliu Codreanu). Piccoli gesti, per grandi cambiamenti. O la politica resterà travolta da se stessa. Per sempre.

Se la Polverini ha mentito

“Ora dirò tutto ciò che, per senso dello Stato, non ho reso pubblico. Ho visto cose allucinanti”. Ha detto proprio così Renata Polverini ieri sera nel corso della rancorosa conferenza stampa durante la quale ha annunciato le sue dimissioni. Una dichiarazione pesante, tra tante per la verità in queste ore. Che racconta alcune cose del passato, del presente e anche del futuro della governatrice dimissionaria.

LA POLVERINI HA MENTITO – La prima cosa che dicono queste parole è che Renata Polverini ha mentito. Lo ha fatto ieri o lo ha fatto durante l’intera scorsa settimana. Dobbiamo credere alla Renata Polverini che dice di avere vissuto con disagio nel Sistema-Regione per due anni e mezzo e di essere a conoscenza da tempo delle peggiori malefatte dei consiglieri regionali del Pdl o piuttosto dobbiamo dare credito alla governatrice che per una settimana ha interpretato (emblematica in questo senso è stata la sua apparizione a Piazza Pulita su La7) la parte di chi non s’è mai accorta di nulla di quello che le accadeva intorno? Nessuna delle due alternative è tranquillizzante.

IL SENSO DELLO STATO – Ma dicono anche un’altra cosa importante le parole della Polverini. Proprio mentre si appella a un presunto senso dello Stato, la governatrice dimostra di farne un uso perlomeno singolare. Se un cittadino (prima ancora che un amministratore) è a conoscenza di “cose allucinanti” (sprechi o reati che siano) ha il dovere di denunciare alla magistratura o in consiglio regionale ciò che sa. In due anni e mezzo l’ex sindacalista dell’Ugl non lo ha mai fatto. Se invece davvero è stato il senso dello Stato a convincerla a non parlare, non si capisce (o forse sì) perché oggi abbia deciso di agitare come una clava la minaccia della sua testimonianza. Il senso dello Stato non si richiama a giorni alterni.

LA SCONFITTA – Altri due elementi, tutti politici, emergono dalla gestione della crisi. La governatrice ha perso in malo modo la prova muscolare lanciata in consiglio lunedì scorso. Il tentativo di avviare con il suo governo (“pulito”, rivendica) una stagione di riforme si è infranto in maniera maldestra dopo appena sette giorni. Segno dell’inadeguatezza della sua strategia che s’è scontrata con le resistenze del Pdl, con l’incostistenza del suo movimento, con gli infortuni di immagine (come la foto che la ritrae sorridente alla festa di De Romanis), con la perdita del sostegno dei vescovi che pure tanto si erano spesi per farla eleggere appena due anni e mezzo fa.

LA VOGLIA DI RISSA – Il secondo elemento riguarda invece la voglia matta che Renata Polverini sembra avere di scatenare una rissa per affrontare la pur aspra polemica politica. A questo sembrano dovuti, per esempio, gli attacchi ai consiglieri regionali accostati a “tumori” o appellati come “indegni”. Non è solo una questione di forma o di stile (l’ex sindacalista ci ha abituati sia all’eleganza nel salotto di Ballarò sia alle perforance di insulti e parolacce come nel celebre comizio di Genzano nel maggio 2011), è anche una questione di sostanza: “buttarla” in confusione significa rendere più difficile l’accertamento delle responsabilità, penali e politiche.

A TESTA ALTA – E’ questa la governatrice che esce “a testa alta” dalla Regione. Una Polverini che voleva indossare i panni della moralizzatrice e che invece esce ammaccata e sporcata (nell’immagine) da una vicenda complessivamente complicata e soprattutto deprimente.

QUALCOSA DI OSCENO – Il quadro è composto infatti da una giunta inefficace e senza più la fiducia di partiti e cittadini e da un consiglio (presieduto da Mario Abbruzzese, primo nemico della Polverini) finito nel mirino di tutta la stampa italiana per la mole gigantesca di sprechi di cui s’è reso protagonista (e che neppure il piano dei tagli è riuscito a completare). In questo contesto i partiti sono allo sbando: il Pdl è solo teatro di una guerra tra bande dall’esito imprevedibile, l’Udc ha preso ordini dalla Cei ed è diviso sul da farsi (e ha già riaperto i canali con il Pd), la Lista Polverini cerca una nuova collocazione, mentre l’opposizione (Pd, Sel, Idv, Fds e Verdi) solo in ritardo ha saputo trovare la forza per uno scatto di reni. Un discorso a parte meritano i radicali: l’ultimo partito a dare la disponibilità alle dimissioni.
È una pagina che ha qualcosa di osceno quella appena vissuta. Non possiamo permettere che ci ricapiti.

 

“Provincia, la sede unica è strategica” Ecco il Piano della giunta Zingaretti

Antonio-Rosati_fullTra pochi giorni scade il bando per scegliere il soggetto che dovrà vendere 12 immobili dell’ente e acquistare la torre dell’Eur che ospiterà tutti gli uffici della Provincia. Parla l’assessore al Bilancio Antonio Rosati. Valutazioni, costi, tempi e i rischi dell’operazione finita nel mirino di giornali, costruttori e centrodestra. “Risparmieremo 5 milioni di euro all’anno”. Sull’inchiesta della Corte dei conti: “Siamo sereni”

“Sì, l’operazione è stata decisa dalla giunta Gasbarra”. Inizia così questa conversazione nella stanza dell’assessore provinciale al Bilancio Antonio Rosati, l’uomo che per conto della giunta di Nicola Zingaretti ha in mano la partita delicata dell’acquisto della nuova sede unica della Provincia. Una vicenda che è stata al centro di violente polemiche giornalistiche e politiche e su cui sta indagando la Corte dei conti. Così a poco più di dieci giorni dalla scadenza (alle 12 dell’1 ottobre) del bando per l’individuazione della Società (Sgr) che dovrà gestire la vendita del patrimonio della Provincia e l’acquisto della nuova sede dell’Eur, vale la pena fare il punto. Per capire di che tipo di operazione si tratta e come la Provincia di Roma risponde alle critiche che le sono piovute addosso. “L’operazione è stata decisa dalla giunta Gasbarra”, ripete. Ma aggiunge: “Ma io c’ero già, ero assessore al Bilancio anche allora”, come a dire che non c’è nessuna intenzione né di rinnegare né di scaricare eventuali responsabilità sul passato. E precisa però: “Era il 2005 ed era un’era geologica diversa”, oggi cioè le condizioni economiche e di finanza pubblica sono diverse. Eppure la Provincia ha deciso di andare avanti. Rosati spiega perché. E parte da lontano.

SENZA PROGRAMMAZIONE – “Nel corso degli anni non c’era stata nessuna programmazione a proposito della collocazione degli uffici – sottolinea – frutto del fatto che le deleghe assegnate alla Provincia sono cresciute poco per volta”. Il risultato è stato che “ci troviamo sedi, in affitto o di proprietà, sparse per tutta la città. Abbiamo pensato allora che sarebbe stato meglio avere un’unica grande sede prevalente”. Che significa che restano soltanto Palazzo Valentini per la presidenza e il consiglio provinciale e Palazzo Incontro.

LA SCELTA DEL LUOGO – Così la Provincia, “anticipando un processo di spending reviuw ha fatto la verifica e il riordino del patrimonio”, e ha fatto un bando europeo “per cercare una zona dove realizzare 48/50mila metri quadri di uffici con parcheggi in una zona relativamente centrale”. L’advisor di questa operazione era Risorse (oggi Risorse per Roma) “di cui eravamo soci: la legge ci permetteva di fare un affidamento in house”. La scelta è caduta su un complesso di proprietà di Parsitalia (che poi ha “trasferito” l’operazione al fondo immobiliare Upside, gestito da Bnp Paribas) che si trova all’Eur nella zona di Castellaccio. Certo non al centro. “Eppure non è affatto una zona abbandonata – si difende Rosati – ma lo stesso luogo del ministero della Sanità, del palazzo della Mobilità di Atac, di molte importanti aziende: una zona di città consolidata”. Un problema, quello del luogo, che ha visto anche le proteste dei sindacati: “L’intera procedura è stata spiegata e condivisa – precisa – 1800-1900 lavoratori miglioreranno le loro condizioni”. Quanto ai trasporti “naturalmente ci saranno le navette dalla stazione della metro”.

DALL’AFFITTO ALL’ACQUISTO – La prima ipotesi prevedeva di “prendere il palazzo in affitto a circa 17/18 milioni di euro per 18 anni”. Il contratto prevede però anche l’opzione dell’acquisto. La cifra per gli uffici, racconta Rosati, è “di circa 4500 euro più iva al metro quadro in una zona da 8000 euro per abitazioni di lusso”. Alla fine il costo sarà di circa 220 milioni di euro più iva (circa 263 milioni). Una somma che non convince affatto i critici dell’operazione: “In quel momento – replica – la cifra era assolutamente vantaggiosa, oggi possiamo dire che siamo in linea con il mercato. Non voglio rispondere sul fatto che il valore è sbagliato: tutti hanno capito che si tratta di un’argomentazione pretestuosa”. Ma non è questo l’importante per Rosati, quanto “i vantaggi che introduciamo dal punto di vista energetico e dello smaltimento dei rifiuti”. E non solo: “La struttura ha una mensa, un asilo nido, 950 posti auto (alcuni dei quali possono essere anche messi a frutto) e un auditorium modulare da 50 a 600 posti”. In più, sottolinea l’assessore, “voglio precisare che stiamo parlando di luoghi assolutamente idonei per il lavoro”. Tutto questo ha anche un vantaggio economico: “A regime, nel rapporto tra manutenzione ed energia, abbiamo calcolato un risparmio di 5 milioni di euro all’anno. E non si possono quantificare il valore del tempo risparmiato per le riunioni e il migliore coordinamento del lavoro”.

L’ERA ZINGARETTI – Riprendiamo il racconto delle procedure. “Intanto la torre veniva costruita” e si arriva alla giunta Zingaretti che conferma, nell’ottobre del 2010, l’intera strategia che – nel frattempo – prevedeva l’acquisto della torre. E’ quindi il momento di elaborare un piano economico-finanziario “che aveva tre gambe: una parte dei soldi l’avremmo trovata con un mutuo e quindi con una rateizzazione a tassi molto bassi” visto che la Provincia è ritenuta “un’Amministrazione virtuosa che ha abbattuto il debito di 300 milioni e ha avuto il massimo” come rating da parte di Standard & Poor’s. La seconda gamba, invece, “era rappresentata dall’avanzo di amministrazione, la terza era data dalla vendita di una parte di patrimonio”. E’ in quest’ottica che la Provincia ha razionalizzato i suoi immobili che, come sostiene la perizia di Abaco-Gabetti, “hanno un valore di circa 245 milioni di euro e che sono in condizione di essere venduti”. E si tratta di un patrimonio “di grande pregio” come l’immobile che ospita la caserma dei carabinieri di piazza del Popolo, i palazzi di via dei Prefetti, di viale Trastevere, di via delle Tre Cannelle o quello dentro Villa Pamphilj”.

IL CAMBIO DI STRATEGIA – La giunta Zingaretti però ha dovuto cambiare ben presto i suoi piani. Come spiega lo stesso assessore al Bilancio: “La legge di stabilità ci ha cambiato le carte in tavola: non potevamo più fare mutui, non potevamo più usare l’avanzo di bilancio”. E non si poteva certo trascurare una questione che diventava sempre di maggiore attualità: ci sarebbe stato ancora l’ente Provincia? Un dibattito che ha poi portato all’abolizione delle province e alla nascita della città metropolitana. “In questa situazione ci è venuta in soccorso la Spending review – spiega Rosati – che chiarisce come fare un uso più forte del patrimonio”. Quanto invece all’abolizione della Provincia “la risposta è molto semplice: tutti i patrimoni si trasferiscono all’area metropolitana e quindi la torre dell’Eur sarà la sede dell’area metropolitana”. Forse, cambiate le carte in tavola, si poteva anche evitare di fare l’acquisto. Rosati non è d’accordo: “C’era un contratto che diceva di comprare. E c’era un possibile risarcimento danni”. Rispetto alla quantificazione del danno eventuale, Rosati si limita a dire che “in questi casi c’è il codice civile e si può arrivare persino all’intera somma”: Poi aggiunge che “su questo tema abbiamo anche sollecitato la Corte dei conti”. I giudici contabili “con estrema prudenza ci hanno detto: attenzione, c’è un contratto e va onorato”. Forse, aggiunge Rosati mostrando orgoglioso la sentenza, “sono stati convinti anche dal fatto che la sezione regionale della Corte dei conti, chiuso il monitoraggio sui nostri conti, ha affermato che siamo un’amministrazione all’avanguardia”. C’era anche una componente di natura personale in questa valutazione: “Sì, il rischio di una causa era anche per i singoli amministratori. A questo punto mi faccia ringraziare i colleghi per la fiducia”. E precisa: “Insieme ci siamo detti che stavamo facendo un’opera di modernizzazione politica e abbiamo deciso di andare avanti”.

L’INDIVIDUAZIONE DELLA SGR – Di qui la decisione di individuare la Società di gestione del risparmio (Sgr) per “prendersi cura” del patrimonio immobiliare dell’ente e per acquistare la nuova sede. E di qui, probabilmente, l’aumento degli attacchi all’indirizzo della giunta Zingaretti: “Critiche legittime, certo. Ma provenienti da un grande giornale legato al gruppo Caltagirone – sottolinea – Su questo voglio solo sottolinare che in Italia è possibile che coincidano le proprietà dei giornali con le grandi potenze economiche”. Il riferimento, naturalmente, è allo storico quotidiano della città, il Messaggero, “che vedo – sottolinea con malizia – che in questi giorni sta elogiando il tentativo del Comune di organizzare anche lui una Sgr”. Spiega: “Abbiamo fatto un Bando europeo per la Sgr che dovrà gestire il fondo immobiliare”, dentro il quale staranno i 12 immobili destinati alla vendita, che è “al 100% della Provincia e che avrà il compito di trovare sul mercato i circa 250 milioni di euro necessari per comprare la torre”. Il tutto dovrà avvenire in tempi “congrui”, cioè entro tre anni. Aggiunge Rosati: “Forti del patrimonio immobiliare – sottolinea – si rivolgeranno al sistema bancario per trovare i soldi per l’acquisto” della torre. L’indebitamento con le banche si affronterà “con l’affitto pagato al fondo” per gli immobili.

I RISCHI – Resta da capire una doppia variabile: la prima è se non si presenterà nessuno alla scadenza del bando, la seconda è se i tre anni non saranno sufficienti alla Sgr per vendere i 12 immobili e quindi non si raggiungerà una cifra sufficiente all’acquisto. Rosati si dimostra fiducioso: “Ci sono molti fondi sovrani (cinesi e arabi soprattutto) interessati a un certo tipo di mattone. E, visto che si tratta di immobili unici, pensiamo persino di potere avere un piccolo delta per fare investimenti”. E precisa: “Abbiamo prorogato la scadenza del bando perché ci sono arrivate richieste di chiarimenti. I quesiti sono pubblici”. Un interesse che rende Rosati tranquillo: “Speriamo arrivino almeno due offerte”. Se invece non si dovesse presentare nessuno “ci rivolgeremmo alla Cassa depositi e prestiti, che ci ha dato in questa procedura preziosi aiuti, o faremmo la vendita al massimo realizzo”, dice Rosati. Quello che è sicuro, sin d’ora, è che la base del bando “è di 235 milioni, al di sotto dei quali non si può andare”. Si valuterà se è più conveniente vendere l’intero pacchetto o i singoli “pezzi”. E se proprio si dovesse chiudere a quella cifra, si aprirà una trattativa con la proprietà della torre e “sono sicuro che 235 milioni in mano un accordo si troverà”. Insomma, nessuna operazione è immune dal rischio. “Certo i rischi sono sempre – ammette – ma che dovremmo dire al governo Monti che ha sbagliato una previsione sul Pil che ci è costata 30 miliardi?”.

“UNA SCELTA GIUSTA” – Su tutta la vicenda è in corso un’indagine della Corte dei conti. Un dato che Rosati considera normale (“vista la campagna di stampa che è stata fatta”) e per nulla preoccupante: “Abbiamo fornito tutti gli elementi del caso. Diciamo che sarà un ulteriore elemento di garanzia ed efficienza”. Una storia lunga e contrastata, utilizzata nella polemica politica contro Nicola Zingaretti e la sua giunta, un’operazione complessa e rischiosa. Che merita un primo bilancio. Rifare oggi, alle condizioni di oggi, la stessa scelta? L’assessore ci pensa. Poi dice: “Prenderei anche oggi questa decisione, farei l’intera operazione confortato dalla Spending review. Se non l’avessimo avuta, certo avremmo dovuto aspettare. Ma ci è stata offerta una strada concreta per mettere il patrimonio a frutto e avviare un processo di cambiamento vero per la pubblica amministrazione”. E non solo: “Lasciamo in dote una torre straordinaria, che ancora vale un po’ di più del valore di mercato”. Con un rimpianto: “Il palazzo di Tre Cannelle non avrei voluto venderlo. E infatti nella prima ipotesi”, quella precedente al patto di stabilità, “non era in vendita”. L’intervista finisce. E l’operazione della Provincia progettata da Rosati – in attesa del vaglio della Corte dei conti – passerà il vero esame: la scadenza del bando. Rosati però riprende: “Vorrei aggiungere una cosa per me importante”. Prego. “Dopo venti anni di Berlusconismo, anche il centrosinistra deve farsi carico di uno scatto di orgoglio ulteriore e di comportamenti inattaccabili. E la nostra è stata una scelta trasparente, rigorosa e lineare. Voglio dirlo ai cittadini prima ancora che ai nostri elettori: non è vero che è tutto sporco, si può amministrare bene”. Che poi è anche l’auspicio di tutti i cittadini.